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mercoledì 7 marzo 2012

Festa delle donne? Vecchia come il cucù infatti è una invenzione degli antichi romani












Festa delle donne alle calende di marzo   
Curioso scoprire che esisteva una festa delle donne anche nel calendario religioso di Roma antica. Proprio come oggi la festa si teneva a marzo, più esattamente nel primo giorno del mese che i Romani chiamavano Calende.
Stiamo parlando dei Matronalia, celebrazioni in onore della dea Giunone Lucina, cui prendevano parte tutte le donne sposate (matronae) venerando la loro divinità protettrice con l’offerta dei primi fiori primaverili.
Dal poeta Ovidio sappiamo che in occasione di questa festa le devote chiedevano alla dea di aiutarle nel difficile momento del parto, e a tal fine intrecciavano erbe in fiore con cui realizzavano corone da mettere intorno al capo, per poi pregare Giunone con queste parole: “O Lucina, tu ci hai dato la luce … Tu sei propizia al voto delle partorienti” (Ov. Fasti 3, 252-256). Dai Fasti apprendiamo inoltre che le spose latine, quando stavano per partorire, scioglievano i propri capelli facendo fluire libera la chioma, invocando Giunone affinchè assicurasse loro un parto senza dolore (Ov. Fast. 3, 257-258).
Il parto, considerato simbolicamente lo scioglimento di un nodo, era un momento molto temuto poiché metteva in pericolo la vita di una donna, e per questo motivo intorno all’evento della nascita di un figlio veniva invocata la dea protettrice con rituali simbolici volti ad assicurare un esito favorevole sia per la madre che per il neonato. In tal senso va letta anche l’antica tradizione che vietava alle donne di entrare nel tempio di Giunone Lucina con qualcosa di annodato addosso.
Ma la festa delle matrone del primo marzo nell’antica Roma prevedeva un’altra insolita usanza che consisteva nel temporaneo rovesciamento dei ruoli sociali: in quel giorno unico e speciale, infatti, le matrone dovevano servire a tavola la servitù, trasgredendo la regola consuetudinaria che valeva per tutto il resto dell’anno.
Questo rituale che potremmo definire di rottura dell’ordine sociale, aveva luogo nel giorno dei Matronalia e somigliava per certi aspetti a quello che si teneva a dicembre, in occasione di un’altra importante festa del calendario di Roma antica: i Saturnalia.
Pare che il ribaltamento dei ruoli avesse a che fare con l’inizio del nuovo anno: le calende di marzo segnavano infatti il capodanno romano. Nulla di trasgressivo e di rivoluzionario, anzi pare che il rituale avesse la funzione di rendere ancora più evidente il ristabilimento dei rispettivi ruoli sociali. E’ come se lo scambio delle parti per un giorno fosse servito a sottolineare e a ribadire che per tutto il resto dell’anno gli schiavi avrebbero dovuto agire da schiavi e i padroni da padroni.
Potrebbe inoltre stupire che proprio nel primo giorno di marzo – mese che non a caso Romolo chiamò Martius dedicandolo a suo padre Marte – anziché celebrare il dio della guerra e dell’agricoltura Roma celebrasse Giunone Lucina. Ci si potrebbe chiedere, infatti, perché nel calendario festivo di Roma antica protagonista del capodanno non era Marte, rappresentante della virilità e della forza procreativa maschile, bensì sua madre Giunone, protettrice della famiglia e delle nascite?
Sappiamo per certo che almeno dal 375 a.C. – anno in cui Plinio ci dice che fu dedicato a Giunone Lucina un tempio sull’Esquilino – il primo giorno di marzo era consacrato alla dea madre e non a Marte.
Che le matrone di Roma fossero divenute più consapevoli della propria forza generatrice e più coscienti del proprio ruolo all’interno del matrimonio? Difficile dare una risposta.
Nemmeno Ovidio, che nel suo poema provò a chiedere direttamente a Marte il perchè di una festa delle donne nel mese a lui dedicato, riuscì a chiarire del tutto il dubbio: “Dimmi perchè ti festeggiano le matrone, mentre tu sei connesso alle attività virili?” chiede il poeta a Marte nel terzo libro dei Fasti (Ov. Fast. 3, 169).
Forse in ricordo dell’atto di pace tra romani e sabini, reso possibile dalla mediazione di quelle mitiche donne sabine che in seguito al ratto erano ormai divenute spose dei Romani. Questo sembra suggerire Marte in tutta risposta. O forse perchè a marzo “agli alberi tornano le foglie distaccate dal freddo e le gemme si gonfiano di linfa sul tenero tralcio … con ragione le madri latine per cui è voto e milizia il parto, onorano questa stagione feconda” (3, 236-244)
Di fronte all’imbarazzante domanda di Ovidio, il dio Marte sembra quasi voler chiudere bruscamente la questione, rispondendo così: “Ciò che chiedi appare evidente ai tuoi occhi. Mia madre ama le spose, la folla delle madri celebra la mia festa” (3, 250-251).
Antonella Bazzoli - 1 marzo 2010
Da leggere:
Ovidio, I Fasti, ed.BUR 2006
Dario Sabbatucci, La religione di Roma antica, ed. SEAM 1988

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