Fulco Pratesi, Presidente Onorario di WWF, parla di turismo sostenibile
Quando si parla di turismo, è possibile riscontrare due
atteggiamenti diversi nelle persone: quelle che viaggiano ma che non hanno
particolari impegni di tipo culturale e quelle per cui il viaggio è un’attività
coinvolgente e istruttiva. Basta seguire i vari programmi televisivi: i
concorrenti dei quiz, interrogati su cosa vogliano fare della vincita,
rispondono spesso: “un bel viaggio”. Il viaggio è sicuramente un’esperienza
importante nella vita. Il poter visitare paesi diversi, conoscere usanze e
tradizioni inconsuete dà un’apertura mentale nei confronti degli altri popoli
che vivono con noi sul Pianeta
Tuttavia, ci sono diverse concezioni di turismo. C’è un
turismo “malato”, che ci fa considerare “turismo” le abitazioni turistiche, le
lottizzazioni sulla costa o i residence sui monti. Questo non è turismo, questa
è villeggiatura, basata quasi sempre sulla speculazione edilizia e su azioni
non compatibili con una visione sostenibile del pianeta. Questo turismo
“residenziale” è oltretutto una contraddizione in termini: perché la parola
turismo viene dal francese “tour”, cioè giro (basti pensare al Grand Tour che
dal ‘700 in poi portò in Italia schiere di appassionati intellettuali da tutta
Europa). Quindi il turismo non può essere ridotto a chi se ne sta sulla
spiaggia ad abbronzarsi o nella casa di vacanza a tosare l’erba.
Una seconda concezione del turismo è quella del viaggio
esotico. Il viaggio esotico, specialmente in territori delicati, fragili (come
le barriere coralline o le foreste tropicali), può causare dei problemi,
soprattutto per le popolazioni, ma anche per l’ambiente che si va a visitare.
Molte volte ho condotto dei viaggi, andando a visitare delle
zone bellissime in varie parti del mondo. E ho sempre osservato i comportamenti
dei miei compagni di viaggio. Ad esempio, quando ho guidato anni fa un gruppo
di giornalisti nelle Filippine, avevo chiesto loro di non raccogliere o
acquistare conchiglie e altri souvenir vietati, come il corallo nero, oggetti
di tartaruga, ecc. Purtroppo alla fine è successo quello che non avrebbe dovuto
succedere. La maggior parte del gruppo si è precipitata nei vari mercatini a
comprare cose vietate. Portare a casa il souvenir – il braccialetto di peli
d’elefante, il coccodrillino impagliato, l’oggettino di avorio oppure la
statuetta di legno tropicale vietato, come il mogano o il palissandro del
Madagascar – è sempre oggetto di una spinta irrefrenabile che danneggia
l’ambiente e impoverisce la biodiversità del Pianeta.
Ma c’è anche un lato positivo del turismo. Ed è che, senza
di esso – ad esempio nei parchi nazionali – molte zone oggi bellissime
sarebbero andate distrutte. Non so come i masai del Kenya avrebbero potuto
conservare dei loro territori se non avessero avuto la possibilità di trarne
del reddito. È stato, infatti, calcolato che un leone ucciso legalmente da un
cacciatore (pur se a caro prezzo) rende molto meno di un leone vivo perché
quest’ultimo è possibile vederlo e ammirarlo per migliaia di volte da decine di
migliaia di turisti. E ogni volta suscita emozioni e coinvolgimenti
contribuendo così non poco all’economia locale.
Il turismo può essere dunque un fatto molto positivo
soprattutto per il cosiddetto Terzo Mondo, a condizione però che si entri nei
luoghi con attenzione, con un senso di solidarietà e di rispetto per le
tradizioni locali e l’ambiente naturale.
Molti sostengono che “il turismo distrugge tutto”. E, in
effetti, esistono isole ed atolli (come nelle Maldive) che sono stati spesso
sfruttati a fondo dai tour operator, senza tener conto del fatto che insediarvi
un resort – con i suoi scoli, i detersivi, etc. – significa spesso distruggere
la barriera corallina e la trasparenza delle acque, inducendo i turisti ad
abbandonare quella meta.
È necessario pertanto tener ben distinto un certo tipo di
turismo “positivo” e un turismo da considerare “negativo”, in cui la spinta
alla speculazione e allo sfruttamento la fa da padrona.
Ma a questo proposito, per spiegare che non tutto il male
vien per nuocere, voglio raccontare un’esperienza personale che risale al 1985,
quando decisi di visitare la barriera corallina del Mar Rosso, allora in
territorio israeliano, un luogo in cui è presente la più bella barriera
corallina del mondo. E il luogo corrispose alle aspettative: era il più bel
reef (e ne conosco tanti) che avessi mai visto.
(…segue)
wf
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